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Archive for the ‘Politica’ Category

Il vento dei referendum

Straordinario. Il quorum viene ampiamente raggiunto da tutti i referendum, nonostante il governo e i suoi mezzi di comunicazione ce l’abbiano messa tutta per evitare che i cittadini fossero informati nel merito dei quesiti. Ricordo un indimenticabile servizio del TG1 legato al meteo che solo qualche giorno fa invitava gli italiani ad andare al mare. Mentre scrivo non è ancora nota la percentuale definitiva di affluenza, né i risultati definitivi dei singoli quesiti, ma pare certo che l’affluenza arriverà a sfiorare il 60% e che i Sì risulteranno maggioranza assoluta del paese, visto che vengono dati ben oltre il 95% dei voti espressi.

È la più grande conferma che gli italiani non ne possono più di un governo che si occupa di tutto meno che dei problemi del paese. Sono tre anni, per rimanere agli ultimi, che grazie a Berlusconi e ai suoi sodali, il Parlamento e gli italiani sono inchiodati a discutere dei processi del premier e dei conduttori da cacciare dalle televisioni. Chiunque frequenti un bar, un luogo di lavoro, un autobus, sa che le priorità e le ansie degli italiani sono ben altre: la mancanza di lavoro, la precarietà per coloro che uno straccio di lavoro ce l’hanno, la mancata crescita, il desiderio di respirare aria pulita e la difesa dei beni pubblici, come l’acqua e la scuola.

Bene ha fatto Bersani a caldo a dire che i risultati di questi referendum, insieme alle amministrative, sanciscono un divorzio tra il Governo e la maggioranza del Paese. È un vento di cambiamento che soffia forte e che richiama tutti noi, nel mondo della politica e delle istituzioni, all’esigenza di accelerare il più possibile i tempi di un ricambio politico, mandando questi signori del PDL e della Lega all’opposizione per meglio leccarsi le ferite.

Fabrizo Morri (Sentore PD)

http://www.fabriziomorri.it/

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(AGI) – Torino, 13 giu. – “La grande partecipazione dei cittadini ai referendum e’ la conferma che si e’ verificato un importante cambiamento nell’elettorato, un risveglio civile di importanza storica che chiude il ciclo politico della destra berlusconiana”. E’ quanto afferma il segretario regionale del Pd Piemonte Gianfranco Morgando che aggiunge: “Il raggiungimento del quorum costituisce un significativo segnale politico e completa il messaggio dato dai risultati delle elezioni amministrative, che e’ stato di condanna della politica del Governo e della sua maggioranza. Indipendentemente da quelle che saranno nell’immediato le sorti di questo esecutivo, e’ evidente come PdL e Lega hanno perso la capacita’ di interpretare l’opinione maggioritaria degli italiani. Con i loro si’ gli elettori hanno detto no a un nucleare costoso, obsoleto e pericoloso; hanno detto no alla privatizzazione dell’acqua imposta dall’alto e hanno detto no alle norme costruite ad personam e in dispregio del principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge”. Su questi temi, continua Morgando, “abbiamo avanzato le nostre proposte, che riproporremo. Per il momento registriamo con soddisfazione questo segnale forte, che va oltre gli aspetti specifici dei diversi quesiti, che non potra’ non produrre rilevanti conseguenze politiche”.

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Il presidente Cota decida cosa vuole fare: se il presidente della Regione, o occuparsi come ha fatto in questo anno della Lega Nord e della politica nazionale. Se gli interessa fare questo e non governare il Piemonte, visto che probabilmente presto si tornerà a votare per il Parlamento, si decida, lasci l’incarico regionale e si candidi come parlamentare”.
Lo ha detto il consigliere regionale PD Roberto Placido oggi, nella conferenza stampa in cui ha presentato i dati della presenza di Roberto Cota in Consiglio regionale in questo primo anno di attività, e i numeri del suo impegno nazionale e da uomo di partito.
“Mai nessun presidente ha fatto così poco in Consiglio nel primo anno di attività – ha spiegato Placido – Cota ha partecipato a 16 sedute su 106, il 15%. Nella scorsa legislatura, il primo anno Mercedes Bresso era stata presente a 61 sedute su 86, il 71%. Ed Enzo Ghigo, nella legislatura precedente, aveva partecipato a 49 sedute su 94, il 52%.”
“Non è che l’assenza dal Consiglio regionale di Cota si è tradotta in un superlavoro in Giunta. Cota in piazza Castello c’é poco, le carte si accumulano in attesa della sua firma. Lui preferisce fare annunci che non si concretizzano, e girare ad inaugurare sedi della Lega e partecipare a iniziative di partito. Oppure andare a Roma per iniziative politiche e trasmissioni televisive nazionali. Secondo i dati dell’Osservatorio di Pavia e della Commissione di vigilanza RAI, in questo anno Cota ha partecipato ad almeno 59 talk show o Tg nazionali, intervenendo sempre non come presidente del Piemonte, ma come rappresentante nazionale della Lega Nord su tematiche che con la nostra Regione non hanno nulla a che fare”.
“Allora si decida: o fa il presidente della Regione, ma è chiaro che non gli interessa, vive la presidenza quasi fosse una prigione – ormai lo riconoscono anche i suoi alleati – oppure si dedichi alla politica nazionale e smetta di prendere in giro i cittadini del Piemonte”.
Roberto Placido ha presentato un manifesto con una foto di Roberto Cota e sopra il titolo di un film immaginario: “Unico indizio: assente”, con la regia di Umberto Bossi.
“Abbiamo voluto ironizzare su un tema che però è serio. Riguarda tutti i cittadini. Cota non può prenderci in giro in questo modo”.

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Articolo di Maria Teresa Meli pubblicato su Corriere della Sera, il 23/05/11

Un unico grande partito del centrosinistra che metta insieme il Pd, la Sel e un pezzo dell’Italia dei Valori e che sia aperto anche ai radicali? Sembra un’ipotesi di difficile realizzazione, eppure non è così. E l’esito delle amministrative dà un’ulteriore spinta a questa prospettiva. Certo, ci vorrà ancora tempo e i passaggi politici sono complessi e insidiosi, ma dietro le quinte sia nel Partito democratico che nel movimento di Vendola che in quello di Di Pietro c’è chi lavora in questa direzione.

Tutto è cominciato un po’ più di un anno fa nel corso di alcuni colloqui tra Goffredo Bettini (l’inventore, insieme a Veltroni, del Pd) e Fausto Bertinotti. L’esponente del Partito democratico l’ha esposta all’ex leader di Rifondazione, trovando in lui un interlocutore attento. Ne ha poi parlato con Leoluca Orlando, che si è mostrato interessato. Il compito più arduo, però, era riuscire a smuovere le acque nel Pd. Anche a questo scopo Bettini si è messo a scrivere un libro (che uscirà a fine giugno per Marsilio) e ne ha distribuito le bozze ai maggiorenti del partito. Da una settimana quello scritto è sulle scrivanie di D’Alema e Veltroni. E nel frattempo qualcosa si è mosso. Alcuni dalemiani si sono ritrovati sulla stessa lunghezza d’onda: Nicola Latorre, per esempio. E anche tra i veltroniani l’idea ha cominciato a circolare. Ma quel che più conta è che questa ipotesi si è fatta strada tra le nuove generazioni del Pd. Nicola Zingaretti (da molti indicato come possibile candidato sindaco di Roma e da altrettanti sponsorizzato come futuro leader del centrosinistra) è uno di quei «quarantenni» che si è detto d’accordo con un simile progetto.

Ancora nessuno ne parla ufficialmente, per timore di rovinare tutto accelerando i tempi, ma nei conversari tra gli esponenti del centrosinistra questa prospettiva è ben presente. Bertinotti, avendo scelto di non stare più in prima fila, può invece consentirsi il lusso di parlarne: «Bisogna pensare a un’operazione costituente che costruisca un nuovo grande soggetto politico che trovi il suo approdo nel socialismo europeo». E anche Bettini, che ha lasciato ogni incarico di partito, gode della stessa libertà. Tanto da arrivare a ipotizzare tutte le tappe di questa operazione. E, tornato in Italia dal suo «rifugio» thailandese, ne ha discusso con più di un esponente di spicco del centrosinistra: «Non possiamo pensare di fare un grande Pd, perché suonerebbe come un’annessione. Perciò dobbiamo superare le attuali articolazioni dei partiti e costruire un unico grande campo, un campo largo in cui ci potremo ritrovare tutti. Gli indirizzi e le scelte importanti verranno decisi dagli iscritti: saranno loro, con il voto su temi come la politica internazionale, il nucleare o il testamento biologico, a costruire la linea del partito». Insomma, le primarie di programma tanto care a Bertinotti e Vendola.

E a proposito di Vendola: finora non si è sbilanciato, perché la componente ex ds del suo movimento è contraria. Ma un passo avanti lo ha fatto: quello di ipotizzare un gruppo parlamentare unico del centrosinistra nella prossima legislatura. Cosa che va bene anche a Bersani, il. quale, però, non è d’accordo con il resto dell’operazione. E problemi ha anche la componente ex ppi che non si sentirebbe rappresentata in una formazione del genere: corre voce, benché lui smentisca, che Beppe Fioroni abbia in mente di creare una sorta di Margherita bis, con l’aiuto e l’avallo del segretario della Cisl Raffaele Bonanni.

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Roma, 12 mag. (Adnkronos) – Nonostante una costante crescita della disaffezione dalla politica, proprio la ‘politicizzazione’ impressa alla campagna elettorale per le elezioni amministrative di domenica e lunedì prossimi dovrebbe, in tutto o in gran parte, far registrare un recupero dell’affluenza alle urne, traducendosi in un dato finale stabile dell’astensionismo. Si possono sintetizzare così le analisi dei sondaggisti sentiti in vista del voto del 15 e 16 maggio dall’ADNKRONOS.

“La scelta imposta soprattutto dal premier Berlusconi di trasformare il voto amministrativo in un test politico sulla sua persona porterà alla scelta di una fetta di elettorato, già propenso all’astensione, di recarsi invece alle urne, compensando così il trend in crescita di chi sceglie di non andare a votare”, prevede Renato Mannheimer, alla guida dell’Ispo, l’Istituto per gli studi sulla pubblica opinione. “Alla fine, il risultato potrebbe essere quello di una percentuale stabile di astensionismo rispetto al recente passato”.

“Ovviamente non ci sono elementi statistici certi – premette il sondaggista – ma tutto fa presupporre che l’andamento inizialmente prevedibile di un aumento di elettori che rifiutano di andare alle urne, per distacco generale dalla politica o per scarsa attrattiva dei candidati, possa essere riequilibrato: Berlusconi ha puntato sui temi politici a lui cari, dalla giustizia al fisco, per convincere la gente ad andare a votare, al di là della scelta del sindaco. E credo che ci stia riuscendo”.

Fare delle elezioni di sindaci e consiglieri comunali e provinciali un test politico potrebbe mobilitare, però, anche l’elettorato di centro e di sinistra contrario al Cavaliere. “Vero: proprio per questo – spiega Mannheimer – penso possa esserci un recupero di elettori alle urne rispetto all’iniziale tendenza negativa. E questo riequilibrio potrebbe tradursi alla fine in una percentuale stabile di votanti, che non influirebbe sul risultato finale, visto che si ‘spalmerebbe’ in modo più o meno uniforme su tutti gli schieramenti politici”.

“L’astensionismo non esiste”: è la tesi all’apparenza spiazzante di Nicola Piepoli, fondatore dell’omonimo istituto demoscopico, che subito spiega: “Non esiste, in quanto l’Italia resta ben al di sopra della media di tutti gli altri Paesi della Ue, per non parlare degli Usa dove si considera un ‘successo’ portare alle urne la metà dell’elettorato” anche se ammette che “non siamo più al 90% dei votanti degli anni Cinquanta e Sessanta, quando il voto era considerato una sorta di obbligo. Ma tenere una media fra il 60 e il 70% mi pare comunque un buon risultato”.

Un eventuale ulteriore calo degli italiani alle urne, in ogni caso, “non penalizzerebbe e non favorirebbe nessuno – sostiene Piepoli – perché l’astensionismo è un fenomeno ‘neutro’ che si distribuisce più o meno regolarmente rispetto agli schieramenti politici: chi decide di non andare a votare lo fa proprio perché non ha un partito di appartenenza”.

Osserva, dal suo canto, il sondaggista Luigi Crespi: “Il clima generale di disaffezione e di sconcerto degli italiani rispetto alla politica farebbe dedurre che possa esserci un’ulteriore flessione nella percentuale di votanti. Ma l’abilità di Berlusconi di infiammare una campagna elettorale che era partita molto fredda potrebbe, se non ribaltare, almeno affievolire questo trend”.

Per Crespi, “sicuramente a Milano non si parlerà di astensionismo; credo anzi che il numero dei votanti crescerà. Ormai la scelta a Milano nelle urne non è più fra la Moratti e Pisapia ma fra Berlusconi e Pisapia. Questo aspetto farà crescere in entrambi gli schieramenti la voglia di andare alle urne, per far vincere o per sconfiggere il Cavaliere”. Questo effetto ‘traino’, per quanto riguarda l’affluenza alle urne, può anche propagarsi al di fuori delle ristrette mura milanesi? “Ne dubito – risponde Crespi – a Napoli si parla ancora più che altro di ‘monnezza’, a Torino e a Bologna come a Cagliari o a Trieste, la campagna elettorale mi pare piuttosto freddina”.

L’ipotizzabile afflusso maggiore di votanti a Milano resterebbe dunque circoscritto, non influenzando gli altri elettori? “Credo che il trend astensionistico altrove si confermerà – ipotizza Crespi – il ‘doppio innesco’ a Milano di una corsa al voto pro o contro Berlusconi sarà solo in parte esportabile nel resto d’Italia. Al nord i leghisti andranno comunque a votare, bisognerà vedere se al centro e al sud si manifesterà un’identica propensione, specie fra gli elettori di centrosinistra; o, come mi appare più probabile, se si proseguirà con un calo dell’affluenza alle urne, mitigato però a Milano da elezioni considerate un test politicamente molto rilevante, anche per il futuro del governo Berlusconi”.

da: http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/Amministrative-sondaggisti-Lastensionismo-non-aumentera_312006245907.html

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Roma, 12 mag. (Adnkronos) – Nonostante una costante crescita della disaffezione dalla politica, proprio la ‘politicizzazione’ impressa alla campagna elettorale per le elezioni amministrative di domenica e lunedì prossimi dovrebbe, in tutto o in gran parte, far registrare un recupero dell’affluenza alle urne, traducendosi in un dato finale stabile dell’astensionismo. Si possono sintetizzare così le analisi dei sondaggisti sentiti in vista del voto del 15 e 16 maggio dall’ADNKRONOS.

“La scelta imposta soprattutto dal premier Berlusconi di trasformare il voto amministrativo in un test politico sulla sua persona porterà alla scelta di una fetta di elettorato, già propenso all’astensione, di recarsi invece alle urne, compensando così il trend in crescita di chi sceglie di non andare a votare”, prevede Renato Mannheimer, alla guida dell’Ispo, l’Istituto per gli studi sulla pubblica opinione. “Alla fine, il risultato potrebbe essere quello di una percentuale stabile di astensionismo rispetto al recente passato”.

“Ovviamente non ci sono elementi statistici certi – premette il sondaggista – ma tutto fa presupporre che l’andamento inizialmente prevedibile di un aumento di elettori che rifiutano di andare alle urne, per distacco generale dalla politica o per scarsa attrattiva dei candidati, possa essere riequilibrato: Berlusconi ha puntato sui temi politici a lui cari, dalla giustizia al fisco, per convincere la gente ad andare a votare, al di là della scelta del sindaco. E credo che ci stia riuscendo”.

Fare delle elezioni di sindaci e consiglieri comunali e provinciali un test politico potrebbe mobilitare, però, anche l’elettorato di centro e di sinistra contrario al Cavaliere. “Vero: proprio per questo – spiega Mannheimer – penso possa esserci un recupero di elettori alle urne rispetto all’iniziale tendenza negativa. E questo riequilibrio potrebbe tradursi alla fine in una percentuale stabile di votanti, che non influirebbe sul risultato finale, visto che si ‘spalmerebbe’ in modo più o meno uniforme su tutti gli schieramenti politici”.

“L’astensionismo non esiste”: è la tesi all’apparenza spiazzante di Nicola Piepoli, fondatore dell’omonimo istituto demoscopico, che subito spiega: “Non esiste, in quanto l’Italia resta ben al di sopra della media di tutti gli altri Paesi della Ue, per non parlare degli Usa dove si considera un ‘successo’ portare alle urne la metà dell’elettorato” anche se ammette che “non siamo più al 90% dei votanti degli anni Cinquanta e Sessanta, quando il voto era considerato una sorta di obbligo. Ma tenere una media fra il 60 e il 70% mi pare comunque un buon risultato”.

Un eventuale ulteriore calo degli italiani alle urne, in ogni caso, “non penalizzerebbe e non favorirebbe nessuno – sostiene Piepoli – perché l’astensionismo è un fenomeno ‘neutro’ che si distribuisce più o meno regolarmente rispetto agli schieramenti politici: chi decide di non andare a votare lo fa proprio perché non ha un partito di appartenenza”.

Osserva, dal suo canto, il sondaggista Luigi Crespi: “Il clima generale di disaffezione e di sconcerto degli italiani rispetto alla politica farebbe dedurre che possa esserci un’ulteriore flessione nella percentuale di votanti. Ma l’abilità di Berlusconi di infiammare una campagna elettorale che era partita molto fredda potrebbe, se non ribaltare, almeno affievolire questo trend”.

Per Crespi, “sicuramente a Milano non si parlerà di astensionismo; credo anzi che il numero dei votanti crescerà. Ormai la scelta a Milano nelle urne non è più fra la Moratti e Pisapia ma fra Berlusconi e Pisapia. Questo aspetto farà crescere in entrambi gli schieramenti la voglia di andare alle urne, per far vincere o per sconfiggere il Cavaliere”. Questo effetto ‘traino’, per quanto riguarda l’affluenza alle urne, può anche propagarsi al di fuori delle ristrette mura milanesi? “Ne dubito – risponde Crespi – a Napoli si parla ancora più che altro di ‘monnezza’, a Torino e a Bologna come a Cagliari o a Trieste, la campagna elettorale mi pare piuttosto freddina”.

L’ipotizzabile afflusso maggiore di votanti a Milano resterebbe dunque circoscritto, non influenzando gli altri elettori? “Credo che il trend astensionistico altrove si confermerà – ipotizza Crespi – il ‘doppio innesco’ a Milano di una corsa al voto pro o contro Berlusconi sarà solo in parte esportabile nel resto d’Italia. Al nord i leghisti andranno comunque a votare, bisognerà vedere se al centro e al sud si manifesterà un’identica propensione, specie fra gli elettori di centrosinistra; o, come mi appare più probabile, se si proseguirà con un calo dell’affluenza alle urne, mitigato però a Milano da elezioni considerate un test politicamente molto rilevante, anche per il futuro del governo Berlusconi”.

da: http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/Amministrative-sondaggisti-Lastensionismo-non-aumentera_312006245907.html

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di Serenella Mattera

Classici, istituzionali. Ma anche ironici, evocativi, a volte un po’ pacchiani, altre volte irrimediabilmente trash. Ai tempi della politica 2.0, sempre più praticata anche a livello locale, non accenna a tramontare la tradizione dei manifesti elettorali (guarda la fotogallery). Che tappezzano in questi giorni spazi (autorizzati e non) sui muri cittadini. Ma se i candidati sono centinaia e di volti in giro se ne vedon tanti, qualcuno avverte la necessità di emergere dalla mischia, di farsi notare e magari anche votare. E allora largo alla fantasia. C’è chi gioca sul suo nome e chi cerca l’originalità in una foto. C’è chi azzarda lo slogan e chi le prova proprio tutte.

Il campione di questa tornata elettorale sembra essere un imprenditore pugliese trapiantato in Piemonte: Giacinto Marra, per gli amici Giangi. Candidato sindaco a Torino con la lista ‘Azzurri italiani’, ruba spazio mediatico ai candidati di punta con manifesti sempre più arditi. Le vette più alte? Sembrano raggiunte con il poster in cui Giangi, che si autodefinisce “leader-professionista del pulito”, si fa ritrarre con una scopa con setole tricolore in mano e affianco la scritta ambigua: “Scopiamo?”, in caratteri grandi e più piccolo, a precisare, “…via la vecchia politica”. O l’altro, in cui compare sorridente con due palle in mano e si diverte a sfoderare doppi sensi: “Per cambiare…chi le ha?”, “Per cambiare bisogna averle!”.

Ma non è l’unico, Marra, ad aver pensato alla sottile metafora delle palle per farsi rappresentare. Sergio Papa, che a Ragusa si candida con l’aspirante sindaco di centrodestra Nello Dipasquale, compare sui manifesti 6×3 seduto alla scrivania e circondato da palle da basket, da tennis, da biliardo e da ping pong, per dire: “Questa città merita un buon consiglio…votiamo gente con le palle!”. E poi sotto: “…io ‘ci’ voto”, a specificare che Papa si sente incluso nella categoria.

Ironia, ma con toni molto più raffinati, per il candidato sindaco di Torino Piero Fassino. In ossequio allo slogan della sua campagna elettorale, “Gran Torino”, Fassino ha infatti pubblicato sul suo sito un manifesto in cui la sua faccia compare sul corpaccione di Clint Eastwood, sulla locandina del noto film dell’attore-regista.

C’è poi tutta una collezione di manifesti elettorali che giocano sul nome del candidato. A partire da un altro torinese, Maurizio Marrone (Pdl), che ha pensato bene di sfruttare il cognome per far passare il messaggio: “Torino è in rosso, cambia colore”. Mentre a Milano il leghista Massimiliano Bastoni si fa ritrarre con al fianco un asso di bastoni e sorridente invita: “In Comune cala…l’asso. Vota Bastoni”. E ancora, nell’anno dell’esordio al cinema del personaggio di Albanese Cetto La Qualunque, sono in tanti a evocare il suo “Partito du pilu”. “Più Pilo per Milano”, proclama un candidato che di cognome fa proprio Pilo. Mentre a Oria, nel brindisino, si è presentata una lista P.i.l.u. (che sta per Persone indipendenti libere unite). E i giovani Ugl di Reggio Calabria hanno impostato una campagna sul voto pulito sulla dichiarazione: “Io non ‘Cetto La Qualunque”.

E proprio a Reggio Calabria, il Pdl è incappato in uno spiacevole incidente, quando ha fatto affiggere enormi manifesti 6×3 che invitavano a votare alla provincia Demetrio Arena, il quale, però, è in realtà candidato al Comune, come sindaco. Mentre non di errori, ma di scelte volute e duramente criticate, si è trattato in altri casi. E tralasciando l’ormai famigerato “Via le Br dalle Procure” comparso a Milano, fa scandalo a Pomezia Gianluca Caprasecca, candidato per la lista Città nuove, movimento che fa riferimento alla governatrice Renata Polverini, che ha messo sullo sfondo dei suoi manifesti un’immagine di Benito Mussolini e sopra la scritta: “Lui ha fondato Pomezia. A noi il compito di farla crescere. Rispetto e Onore”. La Polverini si è infuriata e ha assicurato che i manifesti sarebbero stati immediatamente tolti, ma Caprasecca su Facebook si difende: “Non è apologia, ma è storia”, “Pomezia e tutte le città dell’agro pontino sono figlie del Duce, queste sono le nostre radici e noi abbiamo il Dovere di onorarle”.

Ma se qualche effigie di Mussolini compare quasi a ogni tornata elettorale, inedita è la polemicascatenata a Treviso dalla comparsa di poster con lo slogan “Veneto terra dell’abbondanza…rubata” e la foto di una giovane donna con seno prosperoso in vista e, a fianco, una ragazza anoressica. Sotto la prima foto c’è la scritta “Senza la politica romano-padana”, mentre sotto l’immagine della donna magrissima, con su una spalla il sole celtico leghista, appare la dizione “Con la politica romano-padana”. Il messaggio anti-leghista, insomma, è chiaro. Non altrettanto chiaro, però, è chi sia l’autore della provocazione. Anche perché il principale indiziato, la lista autonomista Veneto Stato, nega. E sostiene trattarsi di “manifesti contraffatti, probabilmente a opera di militanti leghisti, delusi dalle promesse tradite dai propri rappresentanti”.

A Bologna, invece, sono Lega e socialisti a sfidarsi a suon di manifesti. Il Carroccio ha affisso i suoi con lo slogan “A Bologna, prima i bolognesi” e sopra il disegno di di persone in fila al Comune. Ci sono una serie di immigrati e dopo di loro un nonnino e un bimbo: “Indovina chi è l’ultimo…”, scrivono i leghisti. Ma la replica è arrivata dalla lista di centrosinistra “Rosa per Bologna”, che ha pubblicato, su sfondo verde-leghista, l’immagine di quattro omini, tutti bianchi e uno con i colori del Carroccio, sotto una lente d’ingrandimento. E in alto la scritta: “Indovina chi è il razzista”.

Fuor da polemica, il giovane candidato del Pd a Catanzaro, Salvatore Scalzo (27 anni). Si è fatto ritrarre sorridente in una foto segnaletica e la scritta: “Colpevole: ama Catanzaro”. Una scelta che ricorda la campagna di Toscani con i giovani calabresi e lo slogan: “Terroni? Incivili? Inaffidabili? Sì, siamo calabresi”.

Provocatorio, ma in tutt’altro modo, infine, il candidato dell’Idv a Napoli Umberto Donadio, che sul suo volantino elettorale ha pubblicato frasi per niente lievi: “Loro a fare il Bunga Bunga con le squillo di lusso e voi…sempre con l’abbonamento a Superpippa”. Oppure: “Loro sempre in vacanza ai Caraibi e voi sempre al lido Mappatella” (striscia di spiaggia sul lungomare napoletano, ndr). E ancora: “A voi…il Grande Fratello e loro con tua sorella”.

fonte: http://tg24.sky.it

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